Il Pesce

Mi dissero che presto sarebbe arrivato il momento. Sarei diventato una persona nuova.
Avevo gia' subito un intervento del genere prima. Una tecnica diversa. Mi aveva migliorato, ma non guarito.
Aspettavo speranzoso e fiducioso. Le infermiere e i dottori erano gentili ed emanavano un aurea di sicurezza.
La clinica era una grossa ciambella e tutte le stanze qiardavano verso l'interno.
La parete opposta luminosa con la sua superficie a specchio, sotto un giardino verde con alberi bassi e molti fiori.
Era da una settimana che ero in quel posto. Mi avevano fatto diversi esami.
Venne nella mia stanza un'infermiera e mi disse che dovevo andare nella stanza a fianco per fare una punturina.
Aveva capelli neri, tagliati molto corti, a spazzola. Occhi neri e senza trucco. Alta quanto me. Un metro e ottantuno.
Un bel sorriso di un bianco che faceva a gara con il camice.
Allegro, quasi euforico, mi feci accompagnare dall'infermiera fuori nel corridoio e dopo pochi passi entrammo nella stanza a fianco.
Sapevo che contemporaneamente qualche altra decina di pazienti venivano accompagnati da altrettante infermiere in altre stanze per l'operazione.
Appena entrato vidi un infermiere con una siringa a forma di pistola.
Distolsi subito lo sguardo e mi misi a guardare l'infermiera che mi stava gentilmente sorridendo.
Aspettai tranquillo senza pensare all'uomo che si stava avvicinando.
Un pizzicotto sulla spalla e tutto era finito.
Una dottoressa seduta a fianco di un lettino mi disse di stendermi su un fianco.
Sentivo la testa leggera e i miei movimenti erano sconnessi e dovetti fare due o tre prove prima di riuscire a stendermi sul lettino.
La dottoressa era seduta all'altezza della nucca e aspetto' che mi addormentassi.
Ma appena riuscii nell'intento di stendermi sul lettino mi resi conto che non mi sarei addormentato. Sempre con il sorriso sulle labbra e la testa leggera provai e riprovai a chiudere gli occhi e ad abbandonarmi al sonno.
Dopo qualche minuto venni fatto scendere e fui riaccompagnato nella mia stanza.
Ero un po' deluso. Dopo un po' vidi gli altri pazienti nel giardino, tutti con un grande sorriso sulla bocca e con gli occhi sgranati che si guardavano in giro, come se vedessero il mondo per la prima volta.
Per due giorni rimasi nella mia stanza, sempre con il naso incollato sulla finestra guardando il giardino, dove tra gli alberi si vedevano i nuovi pazienti che camminavano, chiacchieravano concitati tra loro. In attesa.
Dopo altri due giorni l'infermiera mi porto' i vestiti e dopo un quarto d'ora ero uscito dall'ospedale.
Non avevo detto una parola a nessuno e nessuno mi aveva rivolto la parola.
Iniziai a caminare per la strada. Dopo un ora mi ritrovai di fronte a un negizio di vestiti, con cinque manichini vestiti di tutto punto.
Mi immaginai di togliere i vestiti a tutti e cinque i manichini e riempirmi le mani con i tessuti.
Mi immaginavo muovermi con un grosso involto in grembo. Mi crogiolai nella mia fantasia e toltomi il soprabito ne feci un involto e me lo misi tra le braccia.
Entrai e mi misi a girare tra i banchi e le divisorie del negiozio su cui erano esposti i vari capi di abbigliamento per uomo e donna.
Per terra vidi un costume da bagno femminile rosso scuro e chinatomi lo raccolsi e lo strinsi nel pugno.
Rendendomi conto vagamente di quello che facevo lo misi in tasca e mi diressi verso l'uscita.
Sulla porta stava una signora anziana dai capelli biondi che stava tirando dentro i manichini e si stava preparando a chiudere il negozio.
Lei mi guardo' in faccia e mi saluto' gentilmente. "Piacere di rivederla signor Hobs. Come va?".
Strinsi con le due mani l'involto dell'impermeabile e non le dissi niente.
Aveva una faccia familiare, ma non ricordavo chi fosse o dove l'avessi vista.
Sentivo l'urgenza di andarmene, di allontanarmi da lei.
Avevo l'impresione di aver fatto qualcosa di sbagliato.
Uscii in strada e la signora, chiusa la porta del negozio, mi si mise a fianco. "La accompagno per un po'. Le dispiace?" Mi incamminai sul marciapiede, presi la prima a destra e mi ritrovai in un viale albeato.
Tutto era silenzio. Ai lati dellla strada c'erano delle case mono-familiari con un giadino sul davanti.
Un uomo su un marciapiede stava raccogliendo le foglie cadute dagli alberi con una scopa di saggina.
Quando fui piu' vicino riconobbi la persona. L'avevo conosciuto un anno prima.
Era stato sottoposto anche lui allo stesso mio primo intervento.
Prima era un ritardato mentale aggressivo. La cura che per me non funziono' molto ma diede risultati migliori con lui.
Infatti si calmo' e inizio a coordinare alcuni pensieri logici; ma rimaneva sempre una persona che sarebbe stata un peso per la societa'.
L'ultima volta che l'avevo visto era nel cortile dell'ospedale un paio di giorni prima con un grande sorriso sulle labbra.
"Ciao Daniel sono contento di vederti."Mi disse venendomi in contro.
Senza neppure darmi il tempo di poter dire qualcosa, mi disse che lavorava come guardiano, giardiniere e tuttofare in quella strada.
Inizio' ad indicarmi ogni sua mansione nei particolari, come se fossero anni che fasceva quel lavoro.
Mentre palava sorrideva contento e anche la signora che mi era rimasta a fianco lo ascoltava compiaciuta.
Sempre sorridendo si tocco' dietro la nucca dicendo di essere molto contento di aver fatto l'operazione e che con le due piastrine si sentiva un uomo nuovo, come rinato.
A questo punto l'inquetezza che avevo sentito salire fin da quando avevo lasciato l'ospedale mi spinse a muovermi.
A passo velce caercai di allontanarmi dalle due persone.
Mi stavo dirigendo verso l'incrocio da cui ero venuto. Stavo andando in contro al pulman dell'ospedale che sapevo, non so come, venuto da quella parte.
Non so' come mai, ma lo sapevo. Infatti dopo qulche minuto un grosso pulman, vuoto e grigio si fermo' accanto a me e la porta automatica si apri'.
il conducente mi fece cenno di salire come se mi stesse aspettano.
Passammo vicino alle due persone che avevo lasciato poco prima. Mi stavano salutando con la mano.
Risposi. Sentivo che mi stava tornando la tranquillita'.

Ero tranquillo e felice. Nuotavo in una vasca. Nuotavo tra i sassi e le piante che salivano dal fondo.
Ogni tanto andavo a prendere un boccone dalle dita di una mano e poi mi ci stroffinavo contro con affetto come farebbe un gatto.

Nell' acquario un pesce arrancione con delle strisce nere sulla schiena e due piccole pietruzze scintillanti di metallo sul dorso nuotava tanquillo e felice.


Sul piedistallo una targhetta su cui c'era scritto:
Fondazione SosI.
Daniel Hobe 7.Gennaio 2272.











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